Il sogno di diventare bianchi

Al liceo Gramsci di Ivrea, un progetto contro il razzismo

E’ il rap, alla fine, ad avvicinare trenta liceali italiani protetti, ben vestiti e coccolati a un ventiquattrenne africano che nella sua vita ha visto troppo. E’ la musica che Ibrahim inventava e cantava con amici africani come lui, maliani come lui. La lingua del Mali ha un suono rotondo e seducente, il rap nostrano, al confronto, pare spigoloso e sincopato. E’ un regalo ascoltare le sue canzoni: qui in Italia Ibrahim non canta ancora, la musica appartiene al passato, vuole aspettare, ha delle cose da fare. Troppo presto per rilassarsi.
Dalla Libia – dove cercava lavoro e invece era finito in prigione per essere nero e senza soldi o conoscenze importanti – era diventato una delle tante vittime del commercio di esseri umani che in quel Paese è un grande affare, imbarcato per la Calabria e poi da lì trasportato in Piemonte, tipo pacco ma con meno delicatezza.

Adesso vive a Settimo Vittone da un anno e mezzo, insieme ad altri ragazzi il cui pigmento della pelle sembra dar fastidio a qualche bianca mamma apprensiva e di certo devota.
Ricevono 75 euro al mese, che in parte spediscono a casa (“con 50 euro possiamo sfamare la famiglia”) e in parte conservano, magari per prendere la patente, non essendo valida in Italia quella che hanno.
C’è anche chi una volta la settimana fa il signore e si concede un piccolo extra. “Io no”, afferma Ibrahim, che una volta – racconta – è entrato in un bar e ha preso un caffè. “Quando sono uscito ho pensato UN EURO! HO SPESO UN EURO!, così non l’ho più fatto”.

“Con i vecchi del paese – spiega – andiamo d’accordo, loro ci vogliono bene, in un certo senso ci hanno un po’ adottato”. Sono invece tanti adulti, e i loro giovani figli, a rifiutare la presenza di ragazzi Africani in un paese che, insieme a tutto il Canavese, sta morendo di vecchiaia e malinconia.
“Alcuni – prosegue – ci insultano, altri ci sputano oppure ci chiedono come possiamo permetterci il cellulare. Quando rispondiamo che ci serve per parlare con la famiglia, e che comunque non costa tanto, nemmeno ci ascoltano”.
Eppure Ibrahim è uno che risponde sempre: dopo il primo incontro di contatto, gli studenti della prima F lo subissano di domande di ogni tipo, da “ritenete giuste alcune accuse che vi rivolgono gli Italiani” a “qual è il ricordo più bello della tua vita in Mali”, da “cosa pensi della maggior parte di voi (sic!) che occupano le case degli Italiani” a “sei di destra o di sinistra”.

A tutto lui risponde, gli piacciono particolarmente le domande cattive, l’essenziale è che gli permettano di rispondere, che si prestino all’ascolto.
Perché di storie da raccontare ne ha così tante che ci si perde, non ci fosse Elena* a riportarlo al punto, viaggerebbe a lungo nel labirinto di un passato che noi nemmeno riusciamo a immaginare.
Mescolati alla povertà, alla morte di amici, allo sfruttamento, alle scelte difficili (“il furto e lo spaccio in Mali oppure la partenza in cerca di lavoro verso il Nord”), alla prigione, al razzismo prima dei Maghrebini poi degli Italiani, alla violenza; mescolati a questo e altro ancora ci sono gli amici, c’è la musica insieme a loro, ci sono i vecchi di Montalto, c’è la famiglia di Elena che ha imparato in fretta ad amarlo.
Gli studenti eporediesi lo osservano, lui cerca il contatto, con qualcuno già c’è ma altri sono duri, la testa piena di parole come noi e loro, casa nostra, islamismo, pericolo, agguato, tradizioni, razza (razza!).

Ci vuole tempo, e infatti il progetto – arrivare a vedere prima Ibrahim, poi il suo colore (che non è niente male) – è di rincontrarsi. La terza volta proviamo con la musica, e qualche cuore si sbrina.
“Sapete qual è il sogno di tutti loro? – chiede Elena con rammarico – Diventare bianchi, come per un miracolo”.
BIANCHI? “Sì – dichiara Ibrahim come fosse normale –: se potessi farei il bagno nella candeggina per uscire bello sbiancato”.
Abbiamo creato il mostro. Non basterà questa generazione per ucciderlo. Cominciare è urgente.
i.s.
*Dell’associazione montaltese Agathon srl, Elena – instancabile, adorabile e simpatica – accompagna Ibrahim ai suoi appuntamenti: “lo chiamo sempre volentieri – afferma –, perché riesce a far breccia anche nei più riottosi, quelli che la prima volta lo insultano e poi lo cercano al telefono”